L’Inarrestabile Ascesa degli Assistenti Vocali

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E di come gli over 65 ne siano entusiasti: l’utilizzo degli assistenti vocali sta acquisendo grande popolarità anche tra i più anziani e il loro impiego negli ambiti assistenziali sembra incoraggiante.

Nuove direzioni

“Play melancholy song.” L’iconica frase presa in prestito dalle battute iniziali del film di Spike Lee, Her, in cui si narra la storia d’amore tra un uomo e la propria assistente vocale, sintetizza in modo efficace quel processo di “intimizzazione” che ci sta preparando alla fase Voice Tech 2.0, ovvero la transizione da una modalità di interazione con il proprio device contraddistinta dall’impartizione di un comando o di un’istruzione, a una più personalizzata e di supporto, in grado di coinvolgere anche i contesti più sensibili.

È interessante notare infatti come questa nuova direzione stia imponendo l’interesse verso un’integrazione nel settore medico, dove il movimento #voicefirst – soprattutto in contesti anglo-americani – ha cominciato a essere esplorato.

C’è chi ne ha utilizzato l’effetto damigellare “di compagnia” in residenze per anziani, di solito sempre tramite dispositivi Amazon-Echo e dove Alexa si è guadagnata popolarità tra gli ospiti anziani; presso una struttura americana (la Stonegate Assisted Living, nel New Jersey), alcuni utenti hanno apertamente apprezzato l’aiuto fornito dall’assistente in qualità di logopedista. Ci sono società che rivolgono l’attenzione anche a chi riceve assistenza domiciliare, come LifePod, offrendo caregiver virtuali in grado di avviare la conversazione e adattarsi al proprio interlocutore.

Una tecnologia accattivante

Sembra proprio che gli assistenti vocali non siano solo “cose da giovani”: secondo un’intervista condotta nel 2019 da voicebot.ai, il 64% degli intervistati over 55 utilizza attivamente le tecnologie vocali per fare ricerche su prodotti, servizi, informazioni generiche.

Non ci deve sorprendere che non ci sia particolare diffidenza nei confronti dei sistemi vocali: sono immediati e user friendly, come hanno imparato ad apprezzare i senior o le persone con disabilità, contesti in cui il comando vocale può essere davvero rivoluzionario. Dati alla mano, è possibile predire che in pochi anni si potrebbero raggiungere i 6 milioni di utenti italiani over 65 capaci di beneficiare dei servizi della rete, dal momento che né le risorse né l’interesse mancano.

L’acquisita dimestichezza con questo genere di tecnologie si deve però come sempre confrontare con le questioni legate alla privacy. Le persone dichiarano di sentirsi invogliate all’uso dei dispositivi vocali solo se confortate da una trasparenza sull’utilizzo dei dati sensibili: per il 56% degli intervistati questo è molto o in una certa misura importante.

I vantaggi di un assistente personale

Garantito ciò, si riscontra un’indubbia apertura verso la personalizzazione di un assistente che può in questo modo avere via libera nell’imparare a conoscerci sempre meglio. E questo vale anche nell’ambito della cura: il 51,9% assicura di essere interessato a interagire con una tecnologia vocale per casi d’uso medici, nonostante il 92,5% di loro non abbia ancora mai provato.

Quali sarebbero le richieste più popolari? Con una preferenza del 32% troviamo rapidi consulti su sintomatologie, seguito da un 27,5% che usufruirebbe del servizio di localizzazione (come trovare ospedali o cliniche vicine) mentre il 23% chiederebbe informazioni nutrizionali o di medicamento.[1]

La strada verso l’integrazione con dispositivi indossabili pensati per tutelare la salute e il benessere non è così lontana e in alcuni casi è già avvenuta, anche se al momento le funzionalità sono ridotte e legate soprattutto al paradigma precedente: impostare avvisi per assumere le medicine o per ricordare le attività del giorno, predisponendo anche collegamenti d’emergenza per contattare in caso di bisogno i propri cari. Questo è il caso di smartwatch già in commercio, come il Care Smartwatch di Verizon.

Imposta il dialogo, non l’allarme

I  tempi stanno già diventando maturi per un cambiamento più audace, forse. Quanto può influire sul benessere generale della persona assistita un device maggiormente proattivo e portato al dialogo, in grado di rispondere a domande ed esigenze specifiche? Il promemoria potrebbe cedere il passo al dialogo, alla confidenza, all’aiuto calibrato sulla persona e la sua vita, in ambito fisiologico ed emotivo e nel rispetto di parametri medici riconosciuti.

La voce, come componente primaria della comunicazione umana, può colmare il divario tra ciò che è smart, e ciò che non lo è. E anche se la letteratura e la cinematografia offrono all’immaginazione scenari distopici spesso estremi (si pensi all’assistente intergalattico HAL 9000 che in 2001: A Space Odyssey si rifiuta di eseguire gli ordini o all’atto di abbandono di Samantha nel sopracitato Her), è un percorso improntato alla collaborazione quello che si sta concretamente delineando all’orizzonte e consolidando attraverso le nostre parole.


[1] Le statistiche riportate in questo articolo sono riprese da “Voice, Health and Wellbeing 2020 – The Sounds of Healthcare Change”, Laurie M. Orlov.

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